C’è un dipinto intitolato “Painting 1946” che in qualche modo riassume ciò per cui Lei è diventato famoso.
In quel particolare dipinto volevo raffigurare un uccello che cade su di un prato. Guardando i segni che avevo fatto sulla tela, mi venne un’ispirazione che non c’entrava nulla con l’idea originale. Non sarei in grado di spiegare come è nato quel quadro, ma è successo così. All’improvviso ho dipinto della carne. Quella magnifica immagine che rappresenta una sorta di dittatore e della carne intorno, è stata un’evoluzione casuale e rapida. È stato il più inconscio dei dipinti che ho realizzato.
Che cosa l’ha spinta a dipingere della carne?
Ho sempre pensato che le carcasse fossero meravigliose vedendole appese nelle grandi macellerie, con quel colore incredibile. Sono bellissime!
Lei dice che sono bellissime. Molta gente quando vede i Suoi quadri pensa a una pittura dell’orrore, a immagini scioccanti, immagini di sangue e di minaccia, e non ci vede niente di bello.
L’idea era quella di affrontare l’orrore. Cosa potevo fare per competere con ciò che vediamo tutti i giorni? Basta leggere i giornali, guardare la televisione, essere al corrente di quello che succede nel mondo. Cosa potevo fare per competere con l’orrore del mondo, a parte farne delle immagini e tentare di ricrearlo? Piuttosto che ricreare l’orrore, ho tentato di ricreare delle immagini realistiche.
Quindi i Suoi dipinti rappresentano il mondo reale.
Sì, credo di sì. Dopotutto tra la nascita e la morte è sempre stato uguale. C’è sempre stato questo “aspetto, non aspetto”, ma è proprio così. Questa è la violenza della vita.

Francis Bacon (David Hinton, 1988)

C’è un dipinto intitolato “Painting 1946” che in qualche modo riassume ciò per cui Lei è diventato famoso.

In quel particolare dipinto volevo raffigurare un uccello che cade su di un prato. Guardando i segni che avevo fatto sulla tela, mi venne un’ispirazione che non c’entrava nulla con l’idea originale. Non sarei in grado di spiegare come è nato quel quadro, ma è successo così. All’improvviso ho dipinto della carne. Quella magnifica immagine che rappresenta una sorta di dittatore e della carne intorno, è stata un’evoluzione casuale e rapida. È stato il più inconscio dei dipinti che ho realizzato.

Che cosa l’ha spinta a dipingere della carne?

Ho sempre pensato che le carcasse fossero meravigliose vedendole appese nelle grandi macellerie, con quel colore incredibile. Sono bellissime!

Lei dice che sono bellissime. Molta gente quando vede i Suoi quadri pensa a una pittura dell’orrore, a immagini scioccanti, immagini di sangue e di minaccia, e non ci vede niente di bello.

L’idea era quella di affrontare l’orrore. Cosa potevo fare per competere con ciò che vediamo tutti i giorni? Basta leggere i giornali, guardare la televisione, essere al corrente di quello che succede nel mondo. Cosa potevo fare per competere con l’orrore del mondo, a parte farne delle immagini e tentare di ricrearlo? Piuttosto che ricreare l’orrore, ho tentato di ricreare delle immagini realistiche.

Quindi i Suoi dipinti rappresentano il mondo reale.

Sì, credo di sì. Dopotutto tra la nascita e la morte è sempre stato uguale. C’è sempre stato questo “aspetto, non aspetto”, ma è proprio così. Questa è la violenza della vita.

Francis Bacon (David Hinton, 1988)

Accennavi alla grande lezione linguistica in manicomio.

Era una macchina trita-linguaggio. In quella esplosione permanente, ti rendevi conto d’essere capitato dalla parte giusta, dove il parlante era parlato. C’era una comunicativa fatta di non-comunicazione, di significati che si alleavano secondo criteri arcani. Ininfluente che tu parlassi il turco o l’aramaico. Si spalancava l’abisso del vanus flati. Rivolgersi al prossimo per qualunque motivo: quella era la vera insensatezza. La precarietà del dialogo. L’illusione del linguaggio. La non-specularità del piano d’ascolto. Ognuno si credeva qualcos’altro, ma non perché s’immedesimasse in altro, attenzione, come fanno gli attori di rappresentazione a teatro o nel cinema. No, quelli erano proprio “smedesimati”. Non c’era tempo, non c’era storia. Non c’era patria. Non c’era l’Io e non c’eri Tu. (…) Stare fuori due minuti m’era bastato per capire che era più interessante stare dentro.

Carmelo Bene

Tutto ciò che è patologico è l’uomo.

(…) L’eccesso dell’eros è quanto si cadaverizza, quanto è disponibile a rendersi mero oggetto. Nel porno a subìre sono solo due oggetti che si annullano reciprocamente. Hai presente due pietre che copulano? Rende l’idea. Si amano in quanto si disattendono (ne ho frequentate alcune, rare, nei miei letti). Nulla a che fare con la recita complice di Masoch. Nel porno non c’è complicità, non c’è partner, non c’è desiderio e non c’è vagito. C’è il congelamento della specie. L’ottusità del giardino d’infanzia è l’ideale del porno. Basta mantenersi recidivi. Derive patologiche come la necrofilia sono la fungaia putrescente della vita che si decompone a vista. Tutto ciò che è patologico è l’uomo. Se non lo è, chissà cos’è. (Detto altrimenti: che sarebbe di noi se non fossimo mancati? Che sarebbe di Dio se esistesse?)

Carmelo Bene